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Jimmy Rivoltella

Credo nel Sole anche di notte











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HAN DETTO DI ME

Le opere di Jimmi toccano la profondità dell'animo, scuotendola per poi recuperare quell'equilibrio che ci permette di vivere. E’ un'arte che ormai è volta all'essenza del problema, rappresentandola nel modo più diretto e minimalista possibile.
Ass. Inarte /Rosanna Cotugno

Le immagini più delle parole possono raccontare le ossessioni
Osservare significa entrare in contatto con la realtà: scorgere lo scorcio di un paesaggio e intuirne la struttura, essere catturati dal sorriso sbilenco di un anziano e sospettarne la saggezza e la sotterranea amarezza. Ma significa anche lasciare che nella nostra mente affiori un'immagine che, da sola, sappia raccontarci storie passate, a volte troppo lontane nel tempo, ma dal significato profondo e imperituro.
Perché questo è il potere delle immagini: la capacità di raccontare storie e attraverso di esse lasciare che la vita sveli le proprie difficili dinamiche. E le storie degli uomini sono a volte cariche di gioia e di speranza, ma - purtroppo più spesso - mostrano ciò che la mente si rifiuta di sentire: la presenza della sofferenza e del dolore nella vita di ognuno. La presenza anche di un dolore così lacerante da indebolire la struttura stessa della personalità. E allora le immagini, possono raccontare storie di follia, di tormenti e di ossessioni - e comunque continuano a raccontare storie di vita. Si può imparare da tutto ciò? Si possono comprendere attraverso la finzione, la simulazione, le dinamiche vere e intricate che portano la mente a perdersi nei labirinti delle sue possibilità?
Oscar Wilde diceva che vivere significa impersonare un ruolo sul "palcoscenico della vita", e in questo sta forse la chiave di lettura per comprendere quanta valenza conoscitiva - nonché catartica alla maniera del teatro greco - possa avere l’arte come mezzo formativo.
Lasciar parlare l'immagine allora vuol dire aprirsi alla lettura delle possibilità dell'esistenza. E va bene che l’arte la descriva, l'importante è che la "mostri". Osservarla, d'altra parte, significa lasciare che quelle immagini si immergano nell'animo dello spettatore e ne suscitino sensazioni e riflessioni, fino allo stimolo, alla conoscenza e all'approfondimento, che potrà esser riscattato altrove. Ma quelle immagini, più di parole scritte o di una voce ascoltata con fugace distrazione, restano nella mente dell'individuo come figure, tracce, ricordi di esperienze vissute: come volti.
T.Todisco


Jimmy porta avanti una ricerca proprio interessante. Le tematiche, un certo gusto surrealista-dadaista, oltre che il sapore intimista (ma direi forse meglio intimo), l'aspetto cinico e tremendamente "dolce" allo stesso tempo sono tutti aspetti che colpiscono subito.
L'utilizzo poi di più materiali onde creare più livelli di comunicazione: Passato presente e futuro si compenetrano creando una quarta dimensione temporale.
D.Tollis


E’ una ricerca graffiante, ricomposizione soggettiva del già detto e già visto per ottenere nuovi insiemi che disorientano e lasciano punti interrogativi. Un invito a rileggere la realtà, ad osservarla da punti di vista insoliti che ne modificano per decomposizione i significati.bravo, davvero!
Mirella Esse


Un Poeta, che non smettie mai di emozionare.
S. Zelenkevich



sparso ogni tanto nelle tue opere... in mezzo a mille altre facce immagini...il vezzo di un artista o solo il voler rimarcare a chi ti conosce e ti può riconoscere che sei rinato?
e.barducci


your work and words are quite moving. the act of trying or not trying to find your 'self' on the galactic calender is a difficult task indeed.
Katherine Ann Middleton


La vanità incrosta l'anima come sale arde le lingue privandole degli innati umori unico suono la vanità concede il fruscio sibillino delle sue coltri spesse ammantate su occhi a forma di bendati specchi che altra arte non hanno che il guardare
Nunzia Cosenza


Un'arte che va oltre e segna. Fortunato chi ti conosce dentro!
G. Claire

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      • 2007 - La vanità è un'arte complessa
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      • 2005 - 2006 In principio, la Vanità

Io sono

jimmy rivoltella
TORINO 23.02.1974 jimmyrivoltella@yahoo.it
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EXPO

Dogliani(CN)Spazio Arte 24;
Busca (CN) Sala Civica;
Torino Convitto Umberto I;
Torino Galleria Tirrena “La vanità è un’arte complessa”,
Alba (CN) Chiesa S.Domenico V-VI Ed. Premio Città d'Alba
Pecetto (TO), La vanità è uno specchio impreciso;
Torino, Libreria Massena 28 ;
Torino, Libreria Aggradi

CRITICHE

CARICHIAMO LA RIVOLTELLA


Rivoltella racconta la sua storia nelle contraddizioni del tempo.
Reclama la libertà di vita e di memoria.
Indaga nell’inconscio come momento liberatorio. Lancia messaggi inquieti consapevole della parzialità del suo essere e del suo sentire.
Il relativo della sua arte è una tessera del grande mosaico della emozione, della rabbia, del furore delle urgenze che girano intorno.
Le sue certezze vivono la precarietà di un assoluto irraggiungibile e la consapevolezza del relativo artificiale che lo assedia.
Vive di paradigmi, di trasposizioni virtuali di orizzonti dimenticati, di assenze programmate di presenze ingombranti tra immagini negate e apparenza delle cose.
Nelle stanze della memoria le tracce sono indelebili e certe, rappresentano il lungo viaggio verso le origini anche se, a volte, la messa a punto dell’inconscio accorda nuove sintonie e collassi del passato, determina carature di insondabile e misterioso, destruttura l’emozione nell’improbabile dell’immaginario, dimentica l’icona certa e riconoscibile per nuovi codici di comunicazione.
Rivoltella decongestiona l’arte dall’assunto dell’immagine e la centralità della figura.
Da una parte corpi e volti condensano e accerchiano interrogativi permanenti ed universali dell’uomo, sbloccano paesaggi dell’anima percorsi da tattili inquietudini, un universo “altro” vissuto e sentito come parabola, indagine, pretesto feticcio, provocazione, racconto, paradosso; dall’altro risica all’osso la materia, lievita verso straniti algidi brividi di tensione, verso stanze di compensazione, mimetiche e circostanziate.
Vuole raggiungere l’altrove senza volere andare oltre.
Emerge chiaramente il dolore e la consapevolezza della sconfitta dell’artista, che fa del suo tempo il momento stabile della nuova incertezza tutta sospesa tra l’enigma e la soluzione, che non propone felicità ma disagio. E forse paure da risolvere dentro.


RIVOLTELLA, FACCE DI UOMINI QUALUNQUE



La prima cosa che ti viene incontro è questo senso di attonito silenzio, di solitudine ovattata. Sguardi persi e rassegnati. Un silenzio sordo del dramma che alla fine dei conti non c’è, oppure che c’è già stato o ci sarà.
Uomini comuni, facce comuni, di uomini qualunque sospesi in quello che vorrebbe essere un quotidiano qualunque di gente qualunque. Un quotidiano incantato però. Bloccato nel fotogramma. Un paradiso di plastica da cui i pezzi son caduti senza remissione. Marionette senza fili. Un uomo guarda se stesso allo specchio e vede gli altri, una bambina arrampicata su un libro-salvadanaio guarda al futuro ignara di chi sarà esca per i topi. Una mano suprema che coordina la scelta che indica la destinazione della gita o il nome da pubblicizzare da quelle braccia stanche. E poi c’è un funerale goliardico dell’artista al profumo di basilico con la sua resurrezione Manzoniana e poi il Grande Fratello pocket, la Star, i Grilli Parlanti, la Santa e gli eroi.
Insomma, uomini massa subalterni della vita.
Inquilini della qualunquità, anche perché triste e solitario è il finale.


I SOLDATINI DI JIMMY

Entrando nella chiesa S. Domenico di Alba, in occasione della V edizione del premio artistico intitolato alla stessa cittadina, mi sono imbattuto nei “soldatini” di Jimmy Rivoltella. Fiat, Mare Terra,Cielo, il titolo, N. 7, sezione concettuale. Ho sempre avuto una passione per i “concettualisti” ed è lì che ho indirizzato la mia curiosità. In mezzo ai suoi “concorrenti” di sezione l’unico sole in mezzo a tanta fitta nebbia. Quindi mi sono chiesto: o gli artisti oggi giorno non hanno forse ben presente cosa voglia dire arte concettuale oppure gli organizzatori per dare un colpo al cerchio ed uno alla botte hanno riempito la sezione con opere che da tutt’altra parte dovevano essere piazzate. D’accordo, il termine «concettuale» ha assunto oggi, nel campo artistico, un significato troppo onnicomprensivo ma non si può tralasciare con troppa sufficienza il suo vero spirito.
Spirito che ho ritrovato nell’opera di Rivoltella e in quelle che qualche giorno dopo mi sono fatto mostrare. Per un attimo ho rivisto la vivacità d’ingegno di Joseph Kosuth, ho rivisto quella voglia di proporre opere il cui fine, oltre il godimento estetico, è anche quello di mostrare un’intelligente attività di pensiero. Finalmente mi sono rituffato a riflettere sul rapporto, problematico e conflittuale, che esiste tra realtà, rappresentazione iconica (immagine) e rappresentazione logica (parola).
Ai più, magari, le opere di Jimmy tendono ad eliminare qualsiasi significato emozionale. Forse per questo proporsi con lucida e fredda razionalità, quasi come se si volesse fare a meno di opere materiali o durature. Non è così. Jimmy cerca, e ci riesce pienamente, di liberare l'arte dalla schiavitù di una immagine “classica”. L'atteggiamento ha una perfetta corrispondenza con l'umore fortemente ideologizzato del tempo. L'arte si libera da qualsiasi orpello che può legarla al mondo della produzione e al potere e si pone come atto rivoluzionario nella ricerca della sua propria essenza che è allo stesso tempo ricerca della verità attinente all'essere.
L'impostazione teorica di Jimmy coinvolge anche la condizione operativa di se stesso in quanto elemento di un contesto sociale. Il suo impegno si articola così da una parte in un riesame completo della natura dell'arte, al di là dell'apparenza dei suoi prodotti, e dall'altra in un comportamento di chiara opposizione nei confronti del sistema. Questi due aspetti del suo operare sono inoltre inscindibili l'uno dall'altro.La posizione politica porta Jimmy ad un comportamento ambiguo e contraddittorio nei confronti della produzione artistica: rifiuta il prodotto mercificabile, ma registra in qualche modo la sua azione. Ci dà la sensazione di una possibile illusione, quella di un'arte "senza mercato", o non mercificabile, un'arte quindi pura e senza compromessi. L’arte di Jimmy rifiuta la distribuzione ma indirettamente vi rientra.
Jimmy rimuove comunque il problema spostando l'accento dalla destinazione ai fattori che generano o costituiscono l'opera. Ciò che conta per lui è la realizzazione di un evento che sia una presa di coscienza di ordine intellettuale, mentale, rispetto a situazioni e problemi di carattere quanto mai vario, politico, sociologico, esistenziale, epistemologico, antropologico, ecc. E nei suoi lavori è palese come sia l'idea a costituire l'opera: egli porta a compimento secondo la tecnica minimal una riduzione della forma ai suoi termini più essenziali in modo da rendere chiara senza inutili distrazioni la relazione matematica in cui gli elementi-segni del lavoro sono posti in connessione dal progetto mentale che li ordina e tale progetto, tale idea è il vero e unico contenuto dell'opera. Quando Jimmy sistema le sue pedine sullo scacchiere è evidente che la forma particolare in cui si è organizzato il lavoro è solo una conseguenza delle relazioni logiche e matematiche sulla base delle quali è stato costruito e che queste sono il vero contenuto dell'opera.C’è un’equivalenza comunicativa e nello stesso tempo evidenziando nel fatto comunicativo il comune denominatore di ogni possibile veste del soggetto, la sua vera natura e nello stesso tempo la vera natura del lavoro. Lo stesso Kosuth diceva che se la stessa enunciazione di un concetto costituisce visivamente l'opera il significato coincide, tautologicamente, con la sua descrizione, giungendo al massimo di eliminazione del soggettivo e al massimo della verificabilità della correttezza e verità della proposizione. Jimmy procede nel rifiuto della produzione di opere affidandosi ad un'azione di presenza nel contesto dell'arte. Trasferisce il procedimento di provocazione dell'assenza, della mancanza di qualcosa in un contesto che ne prevede invece la presenza, in opere che esprimono un drammatico senso di vuoto, utile, come egli stesso dice, a "svilire l'oggetto per mettere a fuoco il concetto, dove non c’è l’artista non c’è l’arte", a denaturare cioè l'oggetto togliendogli le caratteristiche specifiche della sua nozione e funzione comune nel tentativo scoperto di aprire le possibilità di riflessione della mente al di là del consueto e della cultura istituzionalizzata.
Questi sono vertici altissimi di sintesi poetica e con istintiva felicità creativa e assoluta coerenza. Jimmy attua una totale presa di coscienza della necessità di recupero dei valori primari dell'esistenza e nello stesso tempo di sottrazione dell'arte al gioco della mercificazione. Evviva le mucche, le coppie obese ed i decoratori di Jimmy!
Evviva i soldatini di Jimmy!




PROVOCARE E’ MEGLIO CHE CURARE


Una provocazione ben riuscita.
Una scommessa: provare a fare una mostra senza immagini, quasi senza opere.
Scommessa vinta.
Una rassegna insieme filologicamente impeccabilmente fantasiosa e al contempo maniacale archivio dell'immaginario ossessivo.
Tele, disegni, collages, progetti, soldatini, questa sorta di scommessa espositiva è un poco il ritratto vuoto d'un personaggio eccentrico come Jimmy, un’artista di talento, che non vuole essere nè artista né filosofo, né sociologo né scenografo, e guai a fregiarlo della malaugurante parolina di intellettuale.
Maestro nel recupero delle cose perdute e dello spreco, figlio di lavoratori instancabili, teorico-pratico dell'Anti-Arte, con dispacci, proclami ironico-magniloquenti, prefazioni di prefazioni, perorazioni, attacchi dà vita ad un progetto fatto di lacerti, di citazioni deviate, di grandi bui e quasi senza immagini, monocromi densi di vuoto, figure perse negli specchi, in un salto, in un libro nella solitudine del silenzio.
Quasi una radiofonia dell'immagine che latita.
Lo spettatore «Vede» quello che Jimmy gli impone.
E in collera con tutti gli propone costruzioni di situazioni nella vita quotidiana che non necessariamente devono avere avvenire
Jimmy ne è certo: Bisogna sorpassare l'arte: l'arte è davvero morta.
E allora ci propone lo sviamento sistematico della citazioni classiche, deperite d'ogni senso, una sorta di fantascienza dell'urbanismo, un situazionismo all’avanguardia.
E’ un’arte alla deriva: un modo razionale di superare lo spaesamento surrealista e di ripensare la vita in modo sentimentale, emotivo.
«Perdersi, ma perdersi davvero».


LA VANITA’ NON HA ALIBI

Per me ogni oggetto del passato è sacro. Il passato mi incuriosisce più del futuro. E non mi stancherò mai di sostenere che il futuro è un’ipotesi, una congettura, una supposizione. Cioè una non realtà. Tutt’al più, una speranza alla quale tentiamo di dare corpo con i sogni e le fantasie. Il passato invece è una certezza, una concretezza, una realtà stabilita. E poi ogni oggetto sopravvissuto al passato è prezioso perché porta in sé un’illusione di eternità. Perché rappresenta una vittoria sul tempo, che logora e appassisce e uccide. Una sconfitta della morte.

Oriana Fallaci

Il lavoro di Jimmy Rivoltella si inserisce in quella particolare tradizione che potremmo definire intimista.
Gli artisti che appartengono a questa tendenza non sono mai molti e, proprio per la natura delle loro indagini, tendono a lavorare fuori dalle correnti alla moda. Jimmy esprime la risonanza che le cose hanno in se stesse e l'eco che hanno in lui. Si serve di tutti i mezzi che l'arte di questo secolo gli mette a disposizione: assembla diversi oggetti di recupero, vi disegna e scarabocchia sopra, li scombina e ne cancella l'immagine superficiale dipingendovi sopra. Utilizza vecchie carte geografiche, pagine di libri antichi, fotografie inizio secolo, accogliendone il simbolismo. La sua è un'arte fortemente simbolica ed allusiva.
La ricerca espressiva di Jimmy, si concentra su di una poetica della memoria, riflette sugli oggetti dimenticati del nostro mondo quotidiano come se si presentassero a noi dalle soffitte della vita, per parlarci del loro passato, per interrogare il nostro presente. Gli oggetti, una volta de-situati, sono ricontestualizzati, manipolati, sottratti alla loro funzione d’uso, aprendosi in questo modo a un nuovo rapporto con il reale.
Jimmy ama conservare i colori della polvere, il ricordo dei padri... Su queste premesse nasce il suo raffinato gusto per il riordino e la ricomposizione di materiali umili – spesso senza l’intervento pittorico - materiali spesso di scarto.
Oggetti di ogni sorta: rimodellati, sovrapposti e ritoccati, secondo un ordine di musicale equilibrio che riesce ad andare oltre le famose tappezzerie di Rauschenberg.
Jimmy riscopre la memoria attraverso gli oggetti del quotidiano. Immagini e situazioni che tornano dal passato e ci (ri)portano in un mondo parallelo, che forse non finirà mai.
Lavori ricchi di energia e passione, creativi e coerenti. C’è in ballo la sua anima, i suoi ricordi. Le emozioni vengono raccontate attraverso una pittorica discreta, fugace, leggera senza volume senza colore. Jimmy tende a sfissarsi dal resto per sospendersi nel “resto”, nell’altrove, nell’appartato, si arrampica sull’albero genealogico alla ricerca di un Io forse perso nell’estrema autodefinizione.
Non ci sono alibi. Questa è la poesia dell’esistenza.



UN COLPO DI RIVOLTELLA


“Il tempo non è null’altro che il sistema nervoso
dello spazio:
qualcosa che irradia senza che possiamo vederlo.
Richard Serra



Che dire?Tempo fa un vecchio maestro mi disse che davanti alle cose semplici le spiegazioni ammutoliscono. E così è.
Rivoltella attraverso il suo assemblaggio minimale dà una forma informe a ciò che unisce compiendo allo stesso tempo il doppio gesto di stabilire un instabile equilibrio e insieme sottrarre peso all’opera stessa.
Il suo minimalismo passa attraverso il contrario: il minimalismo dell’opera (carte compresse, incollate, sovrapposte, quasi invisibili,foto, fili, gingilli) per massimalizzare il passato, dare peso al tempo.
Come un orologio privo di lancette, qualcosa eppur si muove. Lo spazio e il tempo si evolvono e si dissolvono allo stesso tempo.
Come diceva Richard Serra davanti alle sue sculture monumentali, Rivoltella, nelle sue “tappezzerie” non cerca di stupire o provocare sensazioni particolari ma cerca solo di dare forma al tempo. Un tempo passato a lui caro a lui legato dentro, incancellabile come in tutti noi. Uno sguardo su ciò che ha scalfito la nostra vita. Un’educazione, un vizio, un difetto. Vita vissuta anche ad occhi chiusi senza vertigini. Ti viene voglia di volare e di fidarti di chi hai a fianco. Forza e coraggio. Vivere senza fiato. Disposti a perdere, a lasciarsi lì.
La sensazione che rimane è quella di provare pensieri mai avuti prima.


NEUROVITAMINA GRANULARE G. 100
A cura di Barbara CHIARA


Palleggiando con una lattina di colore gialloblu di nevrovitamina granulare per le schizofrenie infantili mi sovviene alla mente una storiella propedeutica all’opera di Jimmy Rivoltella.
“Ho una piccola collezione di porcellane cinesi. Da collezionista economicamente insignificante, ma attento a tutto ciò che per questo motivo non posso avere, tengo d’occhio tutti gli avvenimenti legati a questa nicchia un po’ fanatica di collezionismo, e so che tra qualche giorno, ad Amsterdam, verrà battuto all’asta l’intero carico di porcellane, destinate al mercato europeo, contenuto nella stiva di una nave naufragata non lontano dalle coste del Vietnam nel 1725. La nave è affondata in seguito a un incendio e quasi duecento anni in fondo al mare non hanno, paradossalmente, prodotto danni significativi a quelle migliaia di pezzi - tazze, tazzine, piattini…- quasi tutti uguali, grazie all’immarcescibile qualità che rende la porcellana il materiale più vicino all’eternità tra quelli prodotti dall’uomo. Nel vastissimo - e noioso - catalogo che accompagna l’asta (si tratta di ben settantaseimila pezzi!), solo alcuni esemplari mostrano di essere stati “toccati” dagli avvenimenti e dal tempo: sono quelli più vicini all’incendio, che si sono fusi insieme, creando forme quasi organiche, e quelli strutturalmente più fragili, decorati “a freddo”, attaccati dalle madrepore che hanno “mangiato” gli smalti colorati superficiali, riducendo a fantasmi le decorazioni vivaci ideate per le tavole rococò europee. Da collezionista non li vorrei, ma da critico penso che quelli, e solo quelli, portino con sé la memoria di quel che è accaduto; solo quelli hanno “reagito” alla storia, pur nella loro passività di materia, e ci raccontano, come possono, del fatto che ha loro stravolto l’esistenza - l’incendio, il naufragio, la nuova vita sottomarina…- rendendoli così “unici” in mezzo alla perfezione standardizzata degli altri”.
E Rivoltella, in tutto ciò?...
Le sue opere, di fatto, assomigliano a quelle incrostazioni, a quella “vita delle cose” che emerge alla superficie dello sguardo e della coscienza solo quando intervengono fatti che spostano la nostra percezione dal consueto all’inaspettato.
La storia dell’arte è piena di tali esempi, ma la capacità per così dire “ricettiva” della cose del mondo è enorme nell’infinita casistica dell’“inaspettato”. Inaspettati sono gli accostamenti cartacei e fotografici, ma anche gli oggetti trovati - i ready made - sono inaspettati nella nuova definizione verbale che si dà di loro, così come inaspettata è la bellezza degli umili frammenti di oggetti consunti che Schwitters accostava con tanta maestria. Se dovessi paragonare Rivoltella a qualcuno, paragonando naturalmente non tanto l’esito finale, la somiglianza dell’opera, ma l’attitudine dell’artista a dare nuova vita alle cose, forse è il nome di Schwitters quello più adatto ma, liberatici una buona volta della necessità di accostare il nuovissimo al nuovo, l’oggi alle Avanguardie storiche, perché non fare anche i nomi dei New Dada o, meglio ancora, di un Tadeusz Kantor o, di più e più vicino, anzi contemporaneo, di Lawrence Carroll? Tutti questi nomi, tutte le loro opere non sono e non debbono essere l’indice di un’ascendenza né nascosta, né tanto meno “colpevole”: sono semplicemente l’indice di un’attitudine artistica diffusa e tutt’altro che passata. Del resto, chi oggi non si rivolge all’immagine sembra non poter far altro che rivolgersi alle cose, anzi, agli oggetti che popolano sempre di più il nostro orizzonte, sin quasi a farne scomparire la linea…Eppure Rivoltella in questo gioco “bara”, con l’accortezza disarmante e intellettuale insieme di svelare l’artificio, almeno a chi lo vuol vedere.
I suoi oggetti, infatti, sono tutt’altro che “ready made”, sono il frutto dell’elaborazione. Un gioco di prestigio.
Lenta, lentissima, e soprattutto meditata e “guidata”, dallo status di oggetti o di immagini
- spesso le sue opere danno la sensazione, solo la sensazione, senza esserlo, cioè, di stratificazioni di pagine illustrate - a quello di memorie.
In questo processo, la sapienza, forse anche la furbizia espressiva di Rivoltella, fa intervenire la pittura (rara) come un fondamentale elemento coagulante, ma che sembra accontentarsi di un ruolo in secondo piano.
In altre parole, i lavori dell’artista fungono da concentrato di storie che, per la natura stessa della forma di questi lavori, appaiono come storie personali, interiori se non proprio intime, di una fanciullezza lontana, quella fanciullezza da giocattolo di legno, piuttosto che da Mazinga. In realtà, nonostante l’apparenza da meravigliosa soffitta della nonna, piena zeppa di sorprese dall’aria vagamente sabauda, che è la casa-studio di Rivoltella, e che costituisce - per chi lo conosce - lo scenario entro cui il prestigiatore, il mago pone lo spettatore nella disposizione d’animo di credere l’incredibile, tutto è il frutto di una scelta ben determinata, quasi letteraria, senz’altro armonica.
Alla base di ogni lavoro c’è una storia, ma non sappiamo esattamente quale, perché essa assume la “forma” di una narrazione, ma di fatto non lo è. La storia sembra affiorare ogni momento, ma non affiora mai. La storia è la nostra. E’ tutte le storie che ci vogliamo mettere dentro, e l’opera è il campo accogliente e per nulla neutro in cui queste si dispiegano e narrano il loro divenire o, meglio, ciò che sono state. Questo è l’artificio di Jimmy, questo il suo modo sorridente di barare al gioco: farci credere di scoprire un segreto altrui, e ritrovarci a narrare una storia nostra.
Per fare questo, Rivoltella mette in scena un tale condensato di efficaci stereotipi visivi e concettuali, tipici della cultura artistica più sedimentata, che risulta praticamente impossibile riuscire a sfuggire alla sua tela (di ragno).
Alcuni esempi: il bianco della carta non è mai bianco, è sempre di quel colore giallino (un tempo lo si sarebbe definito “giallo Isabella” dal colore della biancheria di quella regina così virtuosa da considerare il bagno una tentazione…), che ispira un passaggio di tempo su di esso, una modificazione dovuta al trascorrere delle stagioni; la sensazione che si tratti di un oggetto trovato ( e spesso lo è, ma non è questo ciò che conta…), o di qualcosa utilizzato e riutilizzato più volte, per altri scopi; ogni opera, poi, è fisicamente “spessa”, quasi che si fosse gonfiata a furia di stenderci colla, di fare rappezzi, di creare improbabili imbottiture.
Al contrario di quanto si vede e quindi si crede - perché è questo ciò che ci vuol far credere l’artista, e forse talora ci crede anche lui - in Rivoltella, è la pittura che crea gli oggetti, le immagini, le storie, e non viceversa.





“L’ARTE IN FACCIA”

La pittura di Jimmy racconta di un’umanità segnata e di una realtà conflittuale, estrapolata in frammenti di quotidianità. Il recupero di un intenso legame con la figura, interpretata attraverso un segno corposo e drammatico in un intenso rapporto con la materia, con la vita, si evidenzia con i tratti potenti, densi, buttati senza attenzione, con forte espressività. Il quotidiano con tutto il suo portato di piccolezze (in differenti misure) si manifesta liberando tutto il proprio potenziale vitale. La scelta del bianco e nero, rari altri colori, nasce da un segnale di smarrimento esistenziale che trova sfogo nella gestualità e nella forma disgregata accompagnandosi all’intensità della narrazione con forti richiami alla tradizione espressiva americana. Alcuni ritratti ci fissano da luoghi asettici. Altri sembrano appartenerci, ci vengono incontro, parlano con se stessi e con chi li guarda, resistono al tempo che passa e che ci logora, ci guardano e noi ci facciamo spiare quasi come stessimo ad aspettare un consiglio, o che ci indicasse la via di fuga o un incitamento a resistere e a continuare. A vivere. Il fruitore è come se stesse su di un palco con un pubblico eterogeneo, alcuni sono svogliati e sornioni, altri felici e intraprendenti, c’è chi batte le mani c’è chi tiene gli occhiali da sole per non svelare la sonnolenza. La pittura di Jimmy è un’arte che sconfina tra la rappresentazione e la vita (intimo e sociale) scegliendo come regola la libertà del linguaggio e della rielaborazione. Il rapporto con il reale è traumatico, composizioni decentrate, a margine dello spazio disponibile, dal taglio cinematografico e video, c’è instabilità e velocità, dall’altra parte lentezza e statica realtà, rigidità di un fermo immagine.
Figurazioni dilatate dalle quali si definiscono difficilmente i limiti. Non ci sono gerarchie di valore. C’è una sorta di rarefazione esistenziale, quasi una sorta di impossibilità di incrinare la superficie, neanche per un attimo.
Claudio Lorenzoni